Quando è il momento di andare in pensione o quando si comincia a vedere all’orizzonte il proprio pensionamento, la prima cosa che tutti fanno è guardare il proprio estratto conto contributivo. Scaricarlo dal sito dell’INPS è il primo passo che tutti fanno. Il lavoratore a cui mancano pochi mesi per arrivare ai 42,10 anni di versamenti per la pensione anticipata per esempio (nel 2027 42 anni e 11 mesi, ndr), cosa deve fare se si rende conto che ciò che credeva stesse maturando non è reale? In pratica, se dall’estratto conto nota che nella sua storia contributiva mancano alcuni anni che credeva di aver maturato e che invece sono assenti perché il datore di lavoro di quel periodo non ha versato i contributi, cosa succede? I contributi omessi per la pensione sono una casa abbastanza frequente. E sono situazioni difficilmente risolvibili tra aziende chiuse, fallite, cessate e così via dicendo.
Datore di lavoro non versa contributi: cosa fare per la pensione?
Situazioni come quelle di cui parlavamo in premessa, sono abbastanza frequenti. E non riguardano solo le pensioni anticipate ordinarie nell’esempio fatto in precedenza, cioè per chi deve centrare 42,10 anni di versamenti. La stessa cosa accade a lavoratori che arrivano all’età pensionamento ma si trovano con dei periodi di contribuzione mancanti nonostante in quei periodi erano regolarmente al lavoro e pure assunti. In situazioni di questo genere bisogna capire diverse cose. La prescrizione, la rendita vitalizia, le iniziative per recuperare ciò che spetta, se possibile.
Diritto e importo della pensione, i contributi omessi sono un danno
L’assenza di alcuni periodi di contributi può finire con il generare il mancato diritto ad una pensione, costringendo il lavoratore a restare in servizio per altri mesi o addirittura anni. Ma può anche generare l’effetto di una pensione comunque percepita nel caso in cui i periodi mancanti non influiscono sul diritto all’uscita, riducendo comunque l’importo percepito di pensione. La situazione non è rosea quando ci si trova di fronte a situazioni di questo genere. E sono situazioni di difficile risoluzione. Ma le tutele per i lavoratori esistono.
La prima cosa da comprendere sono i termini di prescrizione. I contributi omessi da un qualsiasi datore di lavoro hanno una prescrizione di 5 anni. Come stabilito dalla riforma delle pensioni del 1996, meglio nota come riforma Dini o riforma contributiva, ha fissato il termine ordinario di prescrizione in 5 anni.
Ma in caso di denuncia da parte del lavoratore penalizzato dall’omissione, la prescrizione sale a 10 anni a condizione che la denuncia arrivi prima della scadenza della prescrizione ordinaria. Con una denuncia se i contributi sono ormai prescritti, il lavoratore può citare in giudizio il datore di lavoro per ulteriori 10 anni dopo la prescrizione che sia di 5 o di 10 anni.
La prescrizione di 5 o 10 anni, ecco le regole
Una volta passati i 5 o 10 anni per la prescrizione come prima spiegato, il datore di lavoro si salva, l’INPS non può chiedere allo stesso il versamento di quanto omesso. Ma in mano al lavoratore c’è ancora una possibilità. Anche se non sempre fattibile e soprattutto, non sempre gratuita.
Lo strumento da usare è la rendita vitalizia. Il lavoratore può chiedere all’INPS la costituzione di una rendita vitalizia che è un istituto previsto dalla ormai lontana legge 1338 del 1962. All’articolo numero 13 di quella legge si parla di rendita vitalizia in sostituzione della pensione non percepita per contributi omessi dal datore di lavoro e ormai prescritti. La rendita vitalizia si può chiedere, in caso di omissioni come prima spiegato, dal lavoratore penalizzato dall’omissione di un datore di lavoro. Se la richiesta arriva prima delle termie di prescrizione la richiesta è in sostituzione del datore di lavoro. A prescrizione sopraggiunta invece la rendita è richiedibile ma in proprio dal lavoratore.
Il riscatto dei periodi di contrizione omessi e la rendita vitalizia
In pratica si tratta di un riscatto dei periodi di lavoro non coperti da contributi e fuori dal perimetro della sopraggiunta prescrizione.
Ed il riscatto è oneroso, nel senso che i contributi recuperati vengono accreditati sul proprio estratto conto solo dopo il versamento del relativo onere. Se la denuncia all’INPS da parte del lavoratore arriva prima della prescrizione, l’INPS può chiedere con la forza a quel datore di lavoro, di adempiere a cioè che precedentemente ha omesso. Con sanzioni anche pesanti che aumentano il dovuto bel oltre i contributi omessi. Che comunque appena versati dal datore di lavoro risolvono il problema del lavoratore e senza spese per quest’ultimo.
Nel caso della prescrizione sopraggiunta invece, l’onere del riscatto, calcolato in base al periodo temporale dove si collocano quei contributi, all’età del lavoratore e alla sua retribuzione, è a carico del diretto interessato. Deve pagare di tasca propria il lavoratore quindi. In ogni caso è fatto obbligo per ottenere il via libera al riscatto, dimostrare che i contributi omessi siano un diritto reale del lavoratore. Occorre dare prove, il più delle volte certe perché non bastano testimoni e prove verbali, dell’esistenza di quel rapporto di lavoro, della sua durata, della retribuzione percepita, del livello di inquadramento, delle mansioni svolte e così via dicendo.



