Una pensione integrata al minimo non è altro che una tutela previdenziale che l’INPS concede ai titolari di trattamenti che non arrivano a un determinato importo. In parole povere il contribuente che in base alla sua carriera ha diritto ad una pensione al di sotto di un determinato importo, può ottenere una pensione più alta grazie all’integrazione al trattamento minimo prevista dalla normativa vigente. Alla luce di quanto detto, vediamo come funziona questa integrazione, cosa bisogna fare per ottenerla e soprattutto quali sono i titolari di pensioni troppo basse che possono ricevere l’integrazione perché non a tutti spetta.
Pensioni integrate al trattamento minimo, come funzionano
La pensione minima o integrata al minimo ogni anno varia in base all’andamento dei prezzi al consumo secondo gli indici Istat. L’integrazione al trattamento minimo è una misura variabile dal punto di vista degli importi perché da un anno all’altro in base all’indice Istat sull’inflazione, varia l’importo del trattamento minimo. Per esempio, nel 2026 l’importo prestabilito, cioè la pensione minima che un pensionato dovrebbe poter incassare dall’INPS, è pari a 611,85 euro al mese. Nel 2027 si conta in una risalita dell’importo che dovrebbe crescere del 2.8% in base alle ultime notizie dall’Istituto di Statistica sul tasso di inflazione di previsione.
Questo importo minimo della pensione però riguarda solo coloro che rientrano in determinati limitazioni reddituali e soprattutto che prendono un trattamento di tipo previdenziale sia diretto che indiretto. La prima cosa da dire è che sono esclusi dall’integrazione al minimo tutti i titolari di pensioni che non arrivano dal sistema retributivo o misto. Infatti, tutti i cosiddetti contributivi puri, cioè coloro che prendono una pensione esclusivamente con il metodo contributivo perché hanno iniziato a versare contributi dopo il 31 dicembre del 1995, non possono avere diritto a questa integrazione. La misura si rivolge esclusivamente a coloro che prendono una pensione diretta come può essere la pensione anticipata, quella di vecchiaia oppure una pensione indiretta come può essere la reversibilità o la pensione ai superstiti. L’importante è che sia derivata da versamenti contributivi anche antecedenti il 1996.
Beneficiari, esclusi e tutte le cose da conoscere sull’integrazione
Altri soggetti esclusi dall’integrazione al trattamento minimo sono i titolari di prestazioni assistenziali e non previdenziali. Parliamo sostanzialmente di soggetti che hanno ottenuto l’assegno sociale cioè la pensione senza contributi.
Una misura che essendo un trattamento assistenziale non è calcolata in base alla carriera contributiva di un soggetto. Per ottenere l’integrazione al trattamento minimo come previsto dall’articolo 6 della legge numero 638 del 1983 non ci sono particolari domande o procedure da svolgere.
Bisogna soltanto presentare annualmente le solite dichiarazioni reddituali previste dall’ordinamento vigente. Parliamo quindi dei modelli Red che annualmente un pensionato con pensioni collegate ai redditi deve mandare. Una alternativa per chi crede di rientrare nel trattamento minimo è quella di presentare una domanda di ricostituzione della pensione con cui si possono comunicare i redditi all’INPS.
In pratica, tutte le soluzioni che consentono allo stesso Istituto di ricalcolare la prestazione sono utili. Una pensione può essere integrata al minimo solo se il pensionato ha redditi complessivi compresa la pensione percepita non superiori all’importo del trattamento minimo moltiplicato per 13 mensilità. Chi ha redditi più alti ma non superiori al doppio del trattamento minimo può ottenere una integrazione ridotta.



