Per poter andare in pensione serviranno 49 anni di versamenti. Una notizia che sta circolando e che riguarda un particolare settore del mondo del lavoro in Italia sta preoccupando in molti. La CGIL come capita spesso ha messo in luce, con un approfondito studio, ciò che rischia di subire un lavoratore pubblico dal cambio repentino e costante delle regole di pensionamento dei prossimi anni. E dal momento che si parla di ben 49 anni di versamenti, non c’è da stare sereni.
Nuovo allarme pensioni: al lavoro per 49 anni nel pubblico impiego
Tutto come detto nasce da uno studio della CGIL e il settore dove si rischia grosso è quello del pubblico impiego. L’argomento nello specifico sono le aliquote di rendimento le cui modifiche rischiano di far slittare le pensioni ad una platea superiore a 700.000 lavoratori del pubblico impiego che per evitare di prendere degli assegni nettamente più bassi rischiano di dover restare a lavorare per molti più anni rispetto al solito.
E lavorare quasi fino a 50 anni (l’analisi segna in 49 anni e 2 mesi il limite, ndr) per evitare tagli agli assegni, sembra davvero una assurdità.
Le pensioni anticipate oggi e le pensioni anticipate domani, tra inasprimenti e finestre
Oggi andare in pensione anticipata anche per i lavoratori pubblici è possibile dopo una carriera di 42 anni e 10 mesi per gli uomini. Mentre servirebbero 41 anni e 10 mesi per le donne. Se a questo ci mettiamo le finestre di attesa, già oggi c’è chi deve restare in servizio oltre 43 anni per poter andare finalmente a riposo. Ma al confronto con gli scenari di cui parla la CGIL, questi 43 anni e qualche mese che servono oggi, sembrano poca cosa.
Certo, l’allarme non riguarda l’inasprimento dei requisiti per andare in pensione anticipata. Perché ciò che mette in luce la CGIL è la soglia di lavoro e di contributi oltre la quale il pensionato riuscirebbe a prendere una pensione priva di penalizzazioni di assegno.
Ma fatto sta che alla luce di tutto questo, si può dire che andare in pensiona per i lavoratori pubblici adesso dopo le variazioni sulle aliquote di rendimento almeno dal punto di vista degli importi delle prestazioni, è altamente penalizzante.
Lo studio della CGIL sulle aliquote di rendimento
Secondo la CGIL e il suo Osservatorio Previdenza per le pensioni pubbliche, soprattutto per quelli delle gestioni Cpdel, Cps, Cpi e Cpug (in totale oltre 700.000 lavoratori), inasprimenti a 360 gradi. Perché anche l’allungamento delle finestre di decorrenza dei trattamenti è un fattore da considerare.
Il primo rateo di pensione slitta sempre di più. Quindi, durante il periodo intercorrente tra maturazione dei requisiti ed incasso del primo rateo (cd finestra, ndr), di solito il lavoratore continua a prestare servizio. E più lunga è la finestra, più mesi di lavoro svolge il lavoratore nonostante abbia maturato il diritto al trattamento.
A questo, secondo l’analisi, va aggiunto che le modifiche alle regole di calcolo della parte di pensione retributiva, cioè alle aliquote di rendimento, portano le pensioni ad importi sempre più bassi. E per evitare tagli, i lavoratori non hanno altre chance che non siano quelle di proseguire a lavorare.
Ecco chi pagherà il prezzo più salato secondo lo studio dell’Osservatorio CGIL
I più penalizzati, secondo le analisi del sindacato, sono i lavoratori pubblici di quelle casse previdenziali prima citate. Soprattutto quanti hanno la data di assunzione che ha trovato i natali nei tre lustri che vanno dal 1980 al 1995.
A conti fatto 500 euro al mese di pensione in meno sarebbe lo scenario per chi ha una retribuzione media all’anno di 30.000 euro. Mentre sale a 850 euro per chi ha 50.000 euro come retribuzione in media. Un taglio che rischia di costringere molti lavoratori a lasciare perdere la pensione anticipata scegliendo, loro malgrado, di restare in servizio fino al raggiungimento dell’età pensionabile.



