In alcuni settori è praticamente una prassi quella del lavoro nero. Per esempio, nel settore domestico il lavoro nero è ancora oggi largamente diffuso. Ma a prescindere dal settore, questa illecita pratica è presente spesso e volentieri. Illecita pratica ma anche pratica pericolosa, perché non tutti sono consci dei rischi che corrono. Sia dal punto di vista del lavoratore che del datore di lavoro. Ecco l’elenco delle cose che bisogna considerare quando ci si catapulta in una situazione fuori dalle leggi.
Lavoro nero, perché e da dove nasce questa pratica
Se guardiamo al lato del datore di lavoro, il lavoro in nero è usato perché così si risparmia sul costo del lavoro. Al dipendente viene dato uno stipendio, anch’esso in nero, ma senza dover poi versare contributi previdenziali e assicurativi, senza dover pagare consulenti per le buste paga e per la gestione del lavoro e così via dicendo. Un lauto risparmio quindi.
Anche se è frequente il caso del datore di lavoro inadempiente a discapito del dipendente, che diventa vittima di tutto questo, ci sono altri casi dove le due parti sono compiacenti. Non è raro imbattersi in lavoratori che preferiscono restare in nero.
Perché hanno vantaggi economici (spillano uno stipendio più alto o allo stesso tempo prendono indennità per disoccupati, sussidi e aiuti di Stato che altrimenti non sarebbero fruibili) o perché hanno vantaggi fiscali (non pagano le imposte sui redditi e sfruttano il vantaggio di un ISEE basso per agevolazioni e prestazioni). In ogni caso, il lavoro nero è illegale.
Lavoro in nero, ecco le controindicazioni
Le prime controindicazioni a detenere un lavoratore in nero riguardano senza dubbio le poche tutele che poi si riescono a sfruttare. Per il dipendente, lavorare in nero significa non avere le tutele previdenziali per le pensioni future (senza contributi non si matura pensione) o per gli ammortizzatori sociali (senza contributi niente Naspi al termine del rapporto di lavoro).
Ma allo stesso tempo, il lavoratore se si infortuna sul lavoro o se si ammala, non ha nemmeno le solite tutele da infortuni INAIL o da malattia INPS. Il datore di lavoro invece può rischiare conseguenze anche penali se il suo dipendente in nero si fa male per esempio.
Le sanzioni a carico del datore di lavoro che ha in nero un dipendente
Il datore di lavoro che non assume come regola vuole un dipendente e lo tiene comunque a lavorare, è assoggettato ad una autentica maxi-sanzione. Si va da 1.950 euro di multa a 11.700 euro ma se il dipendente è stato tenuto a lavorare in nero per un periodo di tempo limitato e fino a massimo 30 giorni. Se il periodo di illegittimità si allunga a 60 giorni, la multa passa da un minimo di 3.900 a un massimo di 23.400 euro che può salire fino a 46.800 euro per ogni dipendente impiegato senza assunzione per un periodo che va oltre i 60 giorni.
Alle ammende amministrative c’è anche la sanzione accessoria della sospensione dell’attività lavorativa del datore di lavoro per un periodo commisurato alla gravità della violazione (durata del lavoro nero, numero di addetti in nero e così’ via dicendo).
I rischi per il dipendente ma anche le tutele previdenziali
In linea di massima come detto prima, il lavoratore è considerato quasi sempre la vittima del lavoro nero. Ma non è vero che non corra rischi. Perché dal punto di vista fiscale, gli stipendi ricevuti sono considerati redditi non dichiarati. E sui redditi si pagano le imposte che non essendo state versate, finiscono con il generare sanzioni e interessi che aumentano il dovuto.
Dal punto di vista previdenziale invece i rischi del dipendente sono inferiori visto che vige quello che in gergo si chiama principio di automaticità delle prestazioni. Se il datore di lavoro non ha versato contributi, per i periodi in cui si è scoperto che quel determinato dipendente lavorava in nero, la contribuzione è garantita dall’INPS che poi si rivale, se non c’è ancora la prescrizione, sul datore di lavoro.
Il dipendente in nero ha tutte le carte in mano per agire in giudizio sul datore di lavoro che lo tiene in nero. Recuperando tutte le retribuzioni arretrate, i contributi non versati, le ferie maturate, i permessi, il TFR e la tredicesima. Finendo se ne ricorrono le condizioni, anche a prendere la Naspi.
Naturalmente se durante il lavoro in nero prendeva sussidi o Naspi, anche lui sarà punito con l’obbligo di restituire le indennità che ha percepito illegittimamente mentre a tutti gli effetti prendeva uno stipendio.



