L’EDITORIALE – Riforma pensioni nel 2027 ma come?

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di: Giacomo Mazzarella

Riforma Pensioni

Da un lato per via delle notizie sicuramente negative che trapelano per quanto riguarda la materia pensioni nel 2027 e nel 2028 ed un po’ per una sorta di speranza che i contribuenti hanno, fatto sta che prende corpo un’ipotesi di riforma delle pensioni nel 2027 che potrebbe davvero essere introdotta. Almeno stando a ciò che si ipotizza può accadere adesso. Lasciamo da parte i soliti discorsi sulla quota 41 per tutti o sulle pensioni anticipate con il ritorno di opzione donne e di quota 103. Perché nel primo caso quota 41 per tutti non è da tempi una misura in agenda da parte del governo. E poi perché il ritorno delle due pensioni che il governo ha deciso di cessare quest’anno non sarebbero una vera e propria riforma ma piuttosto un ritorno al passato. Ma come rischia di diventare la previdenza sociale nel 2027? Cosa cambierà sulle pensioni l’anno venturo?

L’aumento dei requisiti nel 2027 e dal 2027

Partiamo da un dato certo e cioè dal fatto che le pensioni nel 2027 vedranno un inasprimento dei requisiti che nasce dall’applicazione del meccanismo che lega le pensioni alle aspettative di vita. E nulla di strano al riguardo. Sono i dati ISTAT sulla stima di vita degli italiani che insieme al meccanismo che la legge Fornero ha fissato su base biennale, fanno si che se cresce l’aspettativa di vita della popolazione crescano anche i requisiti per andare in pensione. Ma se questa è la riforma che attende gli italiani siamo fritti. Perché nel 2027 salvo rare eccezioni e deroghe per chi svolge un lavoro gravoso e usurante, i requisiti cambieranno sia per le pensioni anticipate ordinarie che per le pensioni di vecchiaia. Un mese in più nel 2027, due mesi in più nel 2028 e il totale risponde all’aumento di 3 mesi della stima di vita della popolazione. Che a dire il vero è cresciuta di 7 mesi, ma ci sono da ammortizzare i 4 mesi in meno di vita media degli italiani nati a seguito della pandemia. Quindi, pensioni di vecchiaia nel 2027 a 67 anni e un mese e a 67 anni e 3 mesi dal 2028. Le pensioni anticipate invece salgono nel 2027 a 42 anni e 11 mesi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Per poi naturalmente salire a 43 anni ed un mese e 42 anni ed un mese rispettivamente per uomini e donne nel 2028. In più c’è il pericolo, avanzato dalla ragioneria Generale dello Stato mesi fa, sulla necessità di mettere dentro ulteriori 3 mesi dal 2029. Serve una nuova riforma delle pensioni inevitabilmente proprio alla luce di questi inasprimenti.

La previdenza integrativa

L’aumento dei requisiti per le pensioni nasce dal fatto che lo Stato deve contenere la spesa pubblica. Si vive più a lungo? Allora le pensioni devono essere assegnate più avanti negli anni, altrimenti il sistema rischia il collasso. L’INPS e cioè lo Stato, non possono permettersi di pagare pensioni più a lungo e di conseguenza ecco servito l’inasprimento. Per questo motivo di salvaguardia dei conti pubblici la quota 41 per tutti non può essere una misura futuribile. Semmai servono misure che consentano il pensionamento anticipato, e se le pensioni erogate sono troppo basse, meglio potenziare la previdenza integrativa. Nasce da tutto questo disegno l’idea che è stata per esempio sperimentata nel 2025 di collegare il primo ed il secondo pilastro della previdenza. Nel 2025 fu in funzione la facoltà per uscire prima dal lavoro, di unire la pensione INPS con la rendita da fondi pensione complementari. Lo si fece per facilitare l’uscita con le pensioni anticipate contributive che possono essere fruite dai richiedenti a condizione che l’importo minimo sia non inferiore all’importo dell’assegno sociale moltiplicato per tre. Con la somma di pensioni integrative e pensioni obbligatorie è stato reso più semplice sfruttare la soluzione.

Un mix tra i due pilastri del sistema

Ma l’uso della rendita da previdenza integrativa rischia di diventare una costante per una ipotetica nuova riforma delle pensioni. Nel 2030 le pensioni anticipate contributive saliranno a 3,2 volte l’assegno sociale come soglia minima da centrare per poter lasciare il lavoro a 64 anni di età. Sempre peggio quindi. Ecco perché ci vorrà per forza di cose la rendita da previdenza integrativa che oggi è ancora poco diffusa in Italia. Per esempio, tornerà in voga senza dubbio il TFR nei fondi pensione. Una soluzione che era stata caldeggiata sul finire dello scorso anno durante la lavorazione della legge di Bilancio. Il TFR trasformato in rendita per facilitare l’accesso alla pensione e per far prendere cifre mensili maggiori ai pensionati sommando rendita integrativa e pensioni. Il fatto che la legislatura del governo Meloni volge al termine e che nel 2027 si torna alle urne lascia la speranza di una manovra di Bilancio (l’ultima del governo attuale) elettorale, con provvedimenti spot per tornare a farsi eleggere. E chissà che anche sulle pensioni, a prescindere dagli aumenti dei requisiti, non nascano cose importanti.

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