Per l’ennesima volta la Corte Costituzionale ha deciso di porre un freno alle velleità di ricorso che i pensionati vittime della perequazione penalizzante usata dal governo nel 2023 e nel 2024 hanno da sempre avuto. E se fino ad oggi la Consulta aveva negato qualsiasi dubbio di incostituzionalità sul taglio della perequazione per le pensioni di importo più alte, adesso si dichiara perfettamente in linea con la costituzione anche il meccanismo a blocchi senza progressività. In parole povere, nulla di incostituzionale e nulla da fare per quei pensionati che effettivamente hanno ottenuto una rivalutazione della pensione minore rispetto al tasso di inflazione.
Perequazione pensioni, di cosa si tratta?
La perequazione o indicizzazione o ancora rivalutazione delle pensioni è un meccanismo che mira a non far perdere potere di acquisto ai trattamenti pensionistici rispetto al tasso di inflazione.
L’ISTAT ogni anno stabilisce quale è stato il tasso di inflazione, cioè quale è stato l’aumento del costo della vita da cui scaturisce poi il meccanismo della rivalutazione. Inizia con il tasso previsionale, che viene usato a gennaio per aumentare i trattamenti.
E poi si continua con il tasso definitivo che in genere a fine anno concede, se è stato superiore a quello di previsione, dei conguagli con arretrati ai pensionati.
Secondo i giudici costituzionalisti, la rivalutazione non deve essere necessariamente uguale per tutti
Ma ciò che fa discutere è il meccanismo perequativo. Perché le pensioni non vengono adeguate all’inflazione tutte allo stesso modo e quindi i pensionati non vengono trattati tutti allo stesso modo davanti alla rivalutazione delle pensioni.
E proprio su questo che la Corte Costituzionale ha sentenziato. Bocciando i dubbi di incostituzionalità sollevati dal Tribunale di Trento, che nella Costituzione non è da nessuna parte previsto che la rivalutazione debba essere identica per tutte le pensioni e per tutti i pensionati.
Anche perché un governo nello stabilire il metodo di rivalutazione dei trattamenti, deve considerare anche i bilanci sulla spesa pubblica. E poi di sono i tempi in cui la rivalutazione va applicata. Ed infine, le eventuali problematiche di natura finanziaria ed economica del momento.
La rivalutazione delle pensioni oggi e in passato, ecco da dove nascono i contenziosi
Ma perché la perequazione delle pensioni finisce sovente davanti ai giudici della Consulta? La domanda è lecita visto ciò che ogni anno accade.
Il problema è il metodo della rivalutazione, che, come detto la Consulta da tempo conferma, sentenza dopo sentenza come perfettamente lecito. La rivalutazione delle pensioni al tasso di inflazione segue regole che i governi hanno potere di cambiare.
E nel biennio 2025-2026 la rivalutazione è stata impostata in 3 fasce. Il 100% del tasso di inflazione, sia esso l’1,4% come è stato nel 2025, oppure il 3%, il 5% o ancora maggiore, diventa la percentuale per l’aumento per l’indicizzazione delle pensioni solo per i trattamenti fino a 4 volte il minimo (2.500 euro al mese circa).
Per la parte di pensione superiore a 4 volte il minimo e fino a 5 volte, l’aumento è pari al 90% del tasso inflattivo. Mentre per la parte di pensione superiore a 5 volte il minimo l’aumento è pari al 75% del tasso di inflazione. Le pensioni più alte, quindi, vengono rivalutate in misura inferiore al tasso di inflazione, anche se solo in minima parte.
Nessuna incostituzionalità, ma restano le penalizzazioni
La rivalutazione finita sotto la lente di ingrandimento della Consulta invece non prevedeva progressività. Ed era ben peggiore come fasce. Infatti, nel 2023 e nel 2024 la perequazione adottata prevedeva che la percentuale basata sull’importo della pensione fosse applicata a tutta la pensione e non alla parte eccedente la fascia precedente. Inoltre, le fasce, fermo restando il 100% di perequazione sulle pensioni fino a 4 volte il minimo, erano molto più penalizzanti.
Nello specifico, l’85% del tasso di inflazione per le pensioni fino a 5 volte il minimo. E poi, il 53% per quelle fino a 6 volte il minimo e il 47% fino a 8 volte il minimo. E per finire con il 37% fino a 10 volte il minimo e il 32% (il 22% nel 2024) oltre 10 volte il minimo.



