Parlare di stretta per la Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego meglio nota come Naspi, non è un qualcosa di esagerato. Perché ormai il giro di vite a pratiche poco ortodosse usate da lavoratori e datori di lavoro per non compromettere i loro reciproci ma contrastanti interessi, è in corso. Due le novità dal punto di vista normativo che precludono la possibilità di andare in Naspi per i lavoratori. E adesso le analizzeremo entrambe.
Ticket licenziamento per il datore di lavoro, voglia di Naspi per il lavoratore
Interessi reciproci e contrastanti dicevamo per ciò che concerne la Naspi. Se dovessimo sintetizzare tutto usando parole semplici diremmo che al datore di lavoro conviene che sia il lavoratore a dimettersi mentre al lavoratore conviene che sia il datore di lavoro a licenziarlo.
E diciamo questo parlando dell’indennità di disoccupazione Naspi. Che, come tutti sapranno, non si prende se l’interruzione del rapporto è per dimissioni volontarie. Quindi, ecco spiegato il perché il lavoratore ha interesse a farsi licenziare e a non dimettersi da solo. Ma perché il datore di lavoro dovrebbe avere interesse a far dimettere un dipendente? Ci sono casi in cui la volontà comune alle due parti in causa è quella di interrompere il rapporto di lavoro.
Ma la volontà comune si scontra come detto con i reciproci interessi contrastanti. Perché il datore di lavoro se licenzia un suo dipendente deve versare il ticket licenziamento. Che non è altro che un contributo che lo Stato chiede al datore di lavoro per finanziare una parte della Naspi che poi prenderà il disoccupato.
Un contributo che è tanto maggiore quanto maggiore è l’anzianità di lavoro del dipendete presso lo stesso datore di lavoro. Una spesa vera e propria che il datore di lavoro, quindi, volentieri farebbe a meno di sostenere. Per questo, come detto, spingerebbe per le dimissioni. Che però precluderebbero la Naspi al lavoratore.
Naspi, dimissioni volontarie, nuove regole per prendere l’indennità
Come si faceva una volta, con una specie di trucco, a superare le divergenze di esigenze dei due? Il lavoratore si dimetteva, il datore di lavoro riusciva ad inserire il lavoratore in un’altra azienda “amica” e magari compiacente, e dopo pochi giorni di assunzione ecco che la scadenza di un contratto o il licenziamento, riportavano il lavoratore nel pieno diritto della Naspi. Adesso non è più così facile.
Adesso occorre, dopo aver dato le dimissioni, passare ad un lavoro a tempo determinato di almeno 3 mesi per poi ritornare nel diritto alla Naspi. Qualsiasi altro contratto che scade prima delle 13 settimane effettive di contribuzione, non pulisce il lavoratore dalle precedenti dimissioni.
E questo è solo una delle strette arrivate. Perché c’è anche quella sulle dimissioni di fatto, oppure indotte o per fatti concludenti. Sempre per l’interesse contrapposto, se il datore di lavoro non vuole licenziare il dipendente e quest’ultimo fa del tutto per essere licenziato, adesso c’è il giro di vite.
Assentarsi troppo e quindi spingere il datore di lavoro a licenziare, può essere interpretato come volontà del dipendente di dare le dimissioni. E di conseguenza, niente Naspi per chi si assenta per almeno 15 giorni (questo il limite che una recente sentenza di alcuni giudici hanno fissato) senza giustificazione. Perché il datore di lavoro può licenziare il dipendente per queste assenze, segnalando la situazione nelle motivazioni del licenziamento stesso.



