In pensione con 35 anni di contributi dopo la disoccupazione, come funziona?

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di: Giacomo Mazzarella

Pensioni 35 anni

Nel sistema previdenziale italiano 35 anni di contributi versati sono sufficienti per alcune misure pensionistiche ma sono insufficienti per altre misure. In pratica parliamo di una carriera contributiva né troppo lunga e nemmeno troppo corta. Una carriera quindi che può dare diverse possibilità di andare in pensione soprattutto in determinate circostanze ed a volte quasi a sorpresa. Una nostra lettrice, per esempio, forse non sa di poter avere accesso alla pensione nonostante in base a ciò che ci dice, la sua situazione sembra disperata.

“Buonasera, mi chiamo Stefania e sono una ex lavoratrice perché ormai da tre anni non lavoro più. Dopo aver preso la Naspi perché sono stata licenziata dal negozio di articoli sportivi per cui lavoravo, non ho più trovato lavoro. Oggi mi trovo con 65 anni di età e con 35 anni di contributi versati ma non capisco se ci sono delle possibilità di andare in pensione oppure se devo continuare a vivere di stenti. Perché questo che sto facendo ormai da temp. Ho eroso tutti i miei risparmi e di conseguenza mi trovo in una situazione abbastanza critica visto che per alcune proprietà immobiliari che ho ereditato e che non mi producono reddito alcuno, non rientro nemmeno nell’Assegno di Inclusione.”

In pensione con 35 anni di contributi dopo la disoccupazione, come funziona?

Come detto in premessa, 35 anni di contributi non sono una soglia che garantisce la pensione sempre e comunque. Ma ci sono delle misure che hanno proprio nei 35 anni la soglia contributiva minima richiesta. Molte cose cambiano da contribuente a contribuente e da che tipologia di contribuente si è. Lavori gravosi, lavori usuranti, lavoratori pubblici o privati, uomini o donne, invalidità.

I fattori che determinano le possibilità di pensionamento nel nostro sistema sono davvero molteplici. Per esempio, 35 anni di contributi sono perfetti per la pensione di quota 97,6 che si centra per esempio, con 61 anni e 7 mesi di età. Si tratta del noto scivolo usuranti. Misura destinata, come si capisce dal nome, agli addetti ad attività lavorative particolarmente pesanti che rientrano nella disciplina del Decreto Legislativo numero 67 del 2011. Lavori usuranti in cui la nostra lettrice non rientra naturalmente.

Con 35 anni di versamenti cosa si può sfruttare per andare in pensione?

Con 35 anni di versamenti e 63 anni e 5 mesi di età esiste per esempio anche l’Ape sociale. Misura che potrebbe vedere di chiedere la nostra lettrice se davvero l’ultima sua attività lavorativa si è chiusa con la Naspi. In quanto disoccupati, i lavoratori possono accedere dopo aver terminato di prendere tutta la Naspi, all’Ape sociale.

In questo caso parliamo di una pensione che si prende temporaneamente, come indennità di accompagnamento alla pensione. La misura cessa al raggiungimento dell’età pensionabile. L’interessato o l’interessata, al compimento dell’età per la pensione di vecchiaia dovrà passare a chiedere la pensione vera e propria dopo la decadenza dell’Ape sociale.

Con l’Ape sociale si prende una pensione senza tredicesima, senza maggiorazioni sociali, senza indicizzazione e senza assegni familiari. Chi prende l’Ape sociale deve sapere che non è una misura reversibile in caso di decesso dell’assicurato. E non si può svolgere alcuna attività lavorativa fatta eccezione per il lavoro autonomo occasionale che non superi i 5.000 euro di reddito annuo. Con l’Ape sociale l’importo massimo della pensione fruibile è di 1.500 euro al mese.

Ecco alcune soluzioni alternative da usare

Fino allo scorso anno c’era una misura che aveva nei 35 anni di contributi la soglia giusta per l’uscita dal lavoro. Era opzione donna, misura oggi cessata. Su cui però c’à ancora la possibilità di goderne con il meccanismo della cristallizzazione del diritto. Basta aver maturato i requisiti entro la data in cui la normativa prevedeva andassero maturati.

Con 58 anni di età completati entro la fine del 2021, se alla stessa data erano stati completati i 35 anni di versamenti, anche oggi le interessate possono accedere alla misura se erano lavoratrici dipendenti. Se autonome invece alla fine del 2021 servivano 59 anni di versamenti. Opzione donna negli anni successivi al 2022 è stata nettamente modificata e ridotta come struttura. Diventando misura appannaggio solo di licenziate o dipendenti di grandi aziende con tavoli di crisi avviati in sede ministeriale.

Oppure caregivers e invalide. L’età è passata ad una forbice tra i 59 ed i 61 anni variabile in base al numero di figli avuti. Vincoli che non ci permettono di considerare opzione donna con diritto cristallizzato come una misura che possa fare al caso della nostra lettrice per una sua eventuale pensione.

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