Pressione fiscale in aumento: ma il governo ha abbassato oppure ha alzato le tasse?

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di: Giacomo Mazzarella

Meloni, Conte e pressione fiscale

La politica e le polemiche sono un qualcosa che vanno di pari passo. I talk show ogni giorno sono pieni di esponenti di questa o di quell’altra area politica che arrivano a polemizzare praticamente su tutto. E chi li sente parlare, soprattutto quando snocciolano dati e numeri, sicuramente va in confusione. A volte su uno stesso argomento, leggendo i numeri statistici in base alle interpretazioni che danno, sembra che i numeri diano ragione ad entrambe le loro tesi. Un esempio lampante è la pressione fiscale. I dati dicono che questa è aumentata negli ultimi periodi. E le opposizioni gridano al fallimento delle politiche del governo, perché per loro pressione fiscale significa più tasse per i cittadini. Dalla maggioranza invece sostengono il contrario. Perché pressione fiscale significa esattamente l’opposto, ovvero che visto che più soggetti oggi lavorano e più redditi producono, inevitabile che per lo Stato entrino più tasse. La verità come sempre sta nel mezzo, anche se onestamente sostenere che il dato sulla pressione fiscale equivale ad un aumento del prelievo fiscale sugli italiani è qualcosa che distoglie la realtà.

Pressione fiscale in aumento: ma il governo ha abbassato oppure ha alzato le tasse?

Negli ultimi anni diversi sono stati gli interventi del governo dal punto di vista fiscale che hanno abbassato la tassazione. E allora perché la pressione fiscale aumenta e perché il governo viene accusato di aver aumentato le tasse?

Prima dell’attuale governo i contribuenti pagavano una IRPEF maggiore. E su questo pochi dubbi. Sui redditi tra 15.000 e 28.000 euro si pagava il 25% e da qualche anno si paga il 23%. Poi, sui redditi sopra 28.000 euro e fino a 50.000 euro si pagava il 35% e adesso si paga il 33%. Sempre sui redditi confermati e introdotti bonus diversi. Per esempio, il trattamento integrativo ordinario o ex bonus Renzi, il taglio del cuneo fiscale, il trattamento speciale per i lavoratori del settore turistico e alberghiero.

Lasciando da parte i redditi, nulla è cambiato come aliquota per l’IVA. Il canone Rai era da 90 euro l’anno ed è rimasto pari a 90 euro l’anno. Non sono aumentati gli importi del bollo auto e nella stragrande maggioranza dei casi nessuna variazione di IMU, Tari, Tasi e così via dicendo, anche se parlando di tributi locali, a volte un Comune rispetto ad un altro, può aver scelto di aumentare una di queste tasse.

Ma allora se tutto è rimasto identico a prima e se addirittura qualcosa è pure migliorato, come mai la pressione fiscale sale?

Cos’è la pressione fiscale e come si calcola la pressione fiscale

 

La pressione fiscale è un dato che non può essere ridotto semplicemente a quanto pagano i cittadini al Fisco. Sarebbe troppo semplice se fosse la somma di tutte le tasse pagate dai cittadini e nascesse solo da questo. La pressione fiscale nasce da un calcolo matematico. Prima di tutto si sommano sia le entrate fiscali che quelle contributive. E si divide il tutto per il PIL, ovvero per il Prodotto Interno Lordo che è il misuratore della ricchezza di un Paese. Dentro il calcolo della pressione fiscale entrano tutte le imposte pagate dai cittadini, sia dirette che indirette. Ed entrano pure i contributi versati dai contribuenti, come per esempio i contributi che versa un lavoratore autonomo all’INPS o i contributi che un datore di lavoro versa per i suoi dipendenti sempre all’INPS.

Chi ha ragione sulle tante polemiche della politica?

L’aumento della pressione fiscale non sempre dipende da un aumento delle tasse o delle imposte. Perché anche un aumento dell’occupazione produce lo stesso effetto. Senza voler dire necessariamente che il governo attuale abbia ragione nel difendere il suo operato e che le opposizioni abbiano torto, oggettivamente se è vero che numeri alla mano le tasse non sono aumentate, anzi, sono diminuite come detto prima per l’IRPEF, il dato sull’occupazione dovrebbe far riflettere. Se aumentano gli attivi, ovvero i lavoratori che versano le tasse e i contributi, aumentano le entrate dello Stato. Ed aumenta la pressione fiscale come dato medio calcolato. Non si può negare questo. Se fino allo scorso anno Tizio non lavorava e non aveva reddito, è evidente che se questo oggi lavora, sul suo reddito il datore di lavoro preleva l’IRPEF, le addizionali e versa pure i contributi. Producendo per lo Stato un introito che prima non c’era.

Pressione fiscale, non solo tasse

Naturalmente non si può ridurre tutto al dato sull’occupazione che farebbe felici solo quelli della maggioranza. Perché qualche colpa anche il governo l’ha sull’aumento della pressione fiscale. Per esempio, l’inflazione che cresce aumenta il costo dei beni di consumo della popolazione. E se un bene costa di più, chi lo paga versa un’IVA maggiore anche ad aliquota invariata. Se un chilo di pere costava 2 euro fino a poco tempio fa e adesso 4 euro, l’IVA incassata dallo Stato pure rimanendo al 4% come su tutti i beni ortofrutticoli di prima necessità, è maggiore.

Un altro fattore che influenza la pressione fiscale è la lotta all’evasione. Se i provvedimenti che spingono e costringono gli evasori a pagare dopo essere stati scovati, funzionano, aumentano le entrate dello Stato ed aumenta il dato sulla pressione fiscale. Così come le varie sanatorie introdotte sulle cartelle esattoriali. Più pagano i contribuenti più incassa lo Stato più cresce la pressione fiscale.

 

In definitiva, la pressione fiscale è un indicatore statistico e non segna solo il dato sulle tasse che la popolazione paga.

Aumenta o diminuisce anche a parità di tasse perché si basa sull’andamento dell’economia, dell’occupazione e della lotta all’evasione.

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