Tutti in pensione, ecco l’età che serve, finalmente senza distinzione tra lavoratori

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di: Giacomo Mazzarella

Tutti in pensione

Stop ai differenti trattamenti tra contribuenti in base alla data di iscrizione e di primo versamento. Una distinzione che dal 1996 si sente eccome sia sulle regole di calcolo delle pensioni e sia sulle regole di uscita dal mondo del lavoro. Fu la riforma Dini ad introdurre per la prima volta il meccanismo contributivo nelle pensioni. E cominciarono le differenze tra chi aveva iniziato prima e chi aveva iniziato dopo a versare contributi. Differenze che sono diventate ancora più marcate dopo la riforma Fornero. Ma adesso basta, perché pare che il governo abbia intenzione di uniformare le regole. Per lo meno per quanto riguarda la possibilità di andare in pensione di vecchiaia visto che oggi non solo le regole sono differenti, ma anche il diritto è differente a tal punto che, come vedremo, c’è chi in pensione rischia di non andarci mai. Tutti in pensione quindi, ma solo a partire dai 71 anni. Ecco di cosa si tratta.

Tutti in pensione, ecco l’età che serve, finalmente senza distinzione tra lavoratori

Come detto la distinzione tra chi ha iniziato a versare prima del 1996, cioè i misti, e chi ha cominciato dopo il 1995, cioè i contributivi, vale per il calcolo della pensione. Che per i primi è un calcolo misto, ovvero retributivo fino al 1995 (o al 2011 con almeno 18 anni di versamenti al 31 dicembre 1995) e contributivo per i periodi successivi. Mentre per i secondi è un calcolo tutto contributivo. Ma ancora più del calcolo, ciò che emerge da questa distinzione è la differenza di regole, dove ci sono misure più vantaggiose per qualcuno e meno per altri. Addirittura, c’è chi alla luce di queste differenti regole applicate, in pensione non ci vanno proprio. Ecco, quindi, che necessitano di un intervento normativo queste regole. Serve una riforma che quantomeno faccia andare tutti in pensione.

Quali sono le problematiche maggiori tra i due sistemi?

Per capire bene ciò di cui parliamo ecco le difficoltà che si incontrano appartenendo all’una e all’altra categoria che sono le più discutibili. Un lavoratore il cui primo accredito di contributi è stato registrato dopo il 1995, a 67 anni in pensione non ci può andare se non raggiungendo un importo minimo della pensione pari all’assegno sociale. In pratica, se la pensione è più bassa dell’assegno sociale non ci può andare. Ed a poco serve il fatto che può optare per l’assegno sociale visto che questo non è una pensione, non tiene conto dei contributi ed è commisurato al reddito del diretto interessato e del suo coniuge essendo una misura assistenziale.

Se consideriamo che per le pensioni contributive non ci sono integrazioni e maggiorazioni, il pericolo di non arrivare al giusto importo della pensione a 67 anni non è raro. Ma a 71 anni tutti in pensione questi contributivi puri. Perché per loro saltata la possibilità di pensione a 67 anni, si può uscire a 71, quando bastano solo 5 anni di versamenti e nessun vincolo sull’importo della pensione rimane.

Cosa bolle in pentola e come funziona l’idea pensione per tutti a 71 anni

Pensione a 71 anni che invece non esiste per chi ha il primo accredito contributivo antecedente il 1996. Per chi a 67 anni di età non raggiunge i 20 anni minimi previsti, andare in pensione più che un miraggio diventa una missione impossibile. Perché non esiste per chi ricade nel sistema misto, una pensione a 71 anni. Senza i 20 anni di versamenti non si può andare in pensione. Ed è su questo che il governo pare interessato all’intervento. Concedendo a tutti la possibilità di pensione a 71 anni. Anche per i misti, quindi, potrebbero cambiare le regole che oggi minano le possibilità di uscita.

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